Listeriosi

appunti del dott. Claudio Italiano

Si tratta di una malattia caratterizzata da una fenomenologia clinica proteiforme, che si osserva tanto nell'uomo quanto in numerosi animali e che, ad onta del rinnovellato interesse di cui è stata oggetto negli ultimi tempi, presenta ancora dei lati oscuri o controversi, specie per quel che concerne la maniera con cui l'infezione viene contratta nei soggetti che ne sono colpiti. L'agente eziologico che ne è responsabile è la Listeria monocytogenes, così definita per l'incremento dei monociti del sangue cir-colante che accompagna, ma non sempre — il reperto abituale è piuttosto una leucocitosi neutrofila

La Listeria monocytogenes è un microrganismo di aspetto bastonciniforme, gram-positivo, asporigeno, non acido-resistente, munito di flagelli che ne condizionano la mobilità a temperatura ambiente, anaerobio facoltativo, di grandezza variabile fra 0.3-0.6 e 0.8-2.5 microm che, iniettato nel sacco congiuntivale della cavia o del coniglio, provoca una cherato-congiuntivite. Nei casi dubbi tale prova serve da discriminante e denuncia la patogenicità della Listeria.A seconda degli antigeni flagellari (H) o somatici (O) di cui è la Listeria è munita, si distinguono numerosi sierotipi di cui i più frequenti sono il tipo la e 4b, che assorbono una percentuale di oltre il 90% dei casi. La L. monocytogenes ha una diffusione ubiquitaria e si ritrova in diversi mammiferi (bovini, ovini, suini, equini), nonché negli uccelli, negli animali da cortile, nei crostacei, nelle acque stagnanti, negli escrementi, nei foraggi, nella polvere ecc.. Mentre nell'uomo sembra molto probabile l'acquisizione della malattia per via digestiva, non si esclude neppure che essa possa essere contratta per via inalatoria, attraverso l'aspirazione di polvere infetta. Si ritiene che negli animali la frequenza dell'infezione raggiunga la punta più elevata tra il mese di gennaio e quello di maggio, mentre nell'uomo i mesi più a rischio siano quelli di luglio ed agosto.

infezione da listeria monocitogenes

La Listeriosi colpisce soprattutto i veterinari, i macellai, gli addetti al trasporto ed alla lavorazione delle carni macellate, cioè gli individui che a motivo della loro attività lavorativa sono maggiormente esposti al contatto con materiali potenziali veicoli dell'infezione. In alcuni casi è stata indiziata come possibile sorgente dell'infezione l'ingestione di lat-te o di latticini infetti. La possibilità di un contagio interumano contempla per ora solo la trasmissione per via transplacentare o al momento del parto dell'infezione dalla madre al feto o al neonato. In realtà il contributo maggiore alla malattia viene dato in Europa dai neonati, mentre negli Stati Uniti l'età fra i 40 ed i 50 anni risulta essere quella più frequentemente colpita. Per quanto riguarda la popolazio-ne europea è da rilevare, anche per le notizie apparse di recente sulla stampa quotidiana, che sono stati segnalati circoscritti focolai epidemici con alcune decine di decessi in soggetti in cui il denominatore comune era costituito dal consumo pressoché abituale di un particolare tipo di formaggio fresco, elettivamente praticato in alcune ristrette zone della Svizzera e della Francia. Sul piano clinico la listeriosi si può presentare in forme diverse per manifestazioni e gravità. Al ri-guardo va subito precisato che se da una parte esistono portatori sani della Listeria senza segni di ma-lattia, anche se non si conosce ancora l'esatto ruolo che essi svolgono ai fini della diffusione della malattia, è ormai acquisito dall'altra che tutte le condizioni che comportano una severa diminuzione dei poteri di difesa immunologica, vuoi per la concomitanza di malattie gravi a lungo decorso, specie se di natura neoplastica, vuoi per la prolungata somministrazione di farmaci immunosoppressori, vuoi per trapianto cardiaco, renale e di midollo osseo, o per la coesistenza di un alcoolismo cronico o di una grave epatopatia cronica e di diabete mellito complicato, fungono da fattori coadiuvanti o predisponenti nell'insediamento della malattia.  Com'è stato già anticipato, il quadro clinico della listeriosi è polimorfo. Uno dei complessi clinici di più frequente riscontro attraverso cui la malattia si manifesta, è quello dominato dai sintomi e segni dell'impegno isolato ed esclusivo o del cointeressamento del sistema nervoso centrale, sotto forma di meningiti a liquor torbido o chiaramente purulento — nel qual caso tra la popolazione cellulare del liquor predominano i polimorfo nucleati neutrofili — o affatto limpido o al più leggermente smerigliato, come nelle meningiti a liquor limpido prevalentemente di origine virale, comprendenti peraltro an-che alcune forme di origine batterica, come la tubercolare e la brucellare, in cui si ha invece una pre-valenza della quota linfocitaria. Ai segni e sintomi del coinvolgimento meningeo, che sono quelli comuni a tutte le forme meningitiche, si possono associare, nella listeriosi, anche quelli dell'interessamento dei nervi cranici con tutti i fenomeni connessi, ovvero mani-festazioni di focolaio esprimenti un danno parenchimale più o meno circoscritto, con una fenomenologia clinica strettamente correlata alla sede ed alla estensione delle lesioni cerebrali. In questi casi ai segni propri della localizzazione cerebrale si aggiungono quelli di ordine generale, con turbe del ritmo del respiro, crisi convulsive, agitazione psico-motoria, obnubilamento del sensorio, etc. 

Altre volte il quadro clinico è quello di una sepsi generalizzata con profondo malessere generale, senso di marcata prostrazione, stato stuporoso tifo-simile, segni di interessamento polmonare o pleurico, focolai di osteomielite, epato-splenomegalia, coinvolgimento dell'endocardio, ascessi, manifestazioni cutanee di vario tipo, etc. Nel neonato è stata descritta una forma miliarica generalizzata ad esito inesorabilmente letale, che si manifesta subito dopo la nascita, caratterizzata da una sintomatologia generale particolarmente grave, con cianosi, dispnea, agitazione motoria, convulsioni, stato sopo-roso, eruzioni cutanee maculo-papulose o emorragiche, spesso accompagnata da segni di cointeressamento di altri organi ed apparati (vescica, intestino, reni). Una considerazione a parte merita a questo punto la listeriosi in gravidanza per le gravi conseguenze che può avere sul feto la trasmissione diaplacentare della malattia materna e per le manifestazioni con cui l'infezione si traduce nel neonato. L'infezione avviene per lo più nel corso del primo trimestre e si lascia caratterizzare al momento della nascita per la presenza di micro-ascessi disseminati, ora chiaramente visibili ad occhio nudo, ora invece do-cumentabili solo all'osservazione microscopica, o di granulomi miliariformi che si estendono al fegato, alla milza, ai polmoni, al tubo digerente etc. Aborto, parto prematuro, morte intrauterina o su-bito dopo la nascita del feto sono le conseguenze più frequenti della infezione transplacentare.Alla gravità delle forme sinora ricordate che spes-so si risolvono in maniera infausta, altre se ne con-trappongono in cui la fenomenologia clinica è me-no pronunciata o affatto discreta e ricorda ad es. quella della mononucleosi infettiva (vedi), od assu-me i connotati di una sindrome oculo-ghiandolare con linfoadenopatie associate talora a tumefazione delle parotidi e molto spesso a cheratocongiuntivite. La diagnosi di listeriosi si basa sull'isolamento della L. monocytogenes dal sangue, liquor, pus, me-conio, urina ed altri materiali biologici. L'inoculazione del materiale infetto nel sacco con-giuntivale, nel coniglio o nella cavia, provoca nello spazio di 3-5 giorni la comparsa di una cherato-congiuntivite, mentre l'iniezione intraperitoneale porta, nel feto, alla morte nello spazio di 1-3 giorni. All'esame microscopico il fegato appare disse-minato di micro ascessi. La listeriosi, che ricono-sciuta in tempo e tempestivamente trattata, è sensi-bile alla terapia antibiotica: penicillina ed eritromicina sono gli antibiotici più efficaci; ma le dosi da somministrazione debbono essere generose: per la penicillina si consigliano 18-24 milioni di U pro die in 4-6 somministrazioni di eguale entità, mentre per la eritromicina il dosaggio medio non dovrebbe scen-dere al di sotto dei 25 mg pro kg. Il trattamento penicillinico dovrebbe avere per lo meno la durata di 4 settimane; molto raccomandata, nei casi gravi, l'associazione della penicillina con la tobramicina o la gentamicina alle dosi abituali.

 

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