Infarto rosso ed infarto bianco

 

Ogni organo deve avere la possibilità di essere funzionale e, dunque, necessita di energia. Se noi abbiamo un autoveicolo col vecchio motore termico, dobbiamo riempire il serbatoio di benzina, che attraverso un cavo, giungerà nel motore, dentro le camere di scoppio per essere combusta insieme all'ossigeno: questo tipo di metabolismo è del tipo " esplosivo", libera energia sotto forma di gas incandescenti e fa girare il motore, agendo sui pistoni che salgono e scendono e generando in qualche modo, movimento.

Il corpo umano è anch'esso una macchina e necessita di energia per vivere, che è rappresentata dal metabolismo (non esplosivo!) della combusione di glucosio con ossigeno. Il glucosio, come per il motore di cui sopra, deve scorrere nei vasi per arrivare alle cellule, dove è captato dalle stesse e bruciato insieme con l'ossigeno. Se il circuito si interrompe perchè il vaso non conduce glucosio ed ossigeno avremo che il motore della cellula si spegne, a seconda del tessuto che stiamo prendendo in considerazione. Quindi un vaso che si chiude o per un embolo che è stato trascinato in circolo, o per un processo locale che stenotizza un vaso che è l'aterosclerosi, o per una placca aterosclerotica che improvvisamente di rompe.

In questi casi il circuito del sangue si stoppa e  non può condurre combustibile e comburente , glucosio ed ossigeno, ai tessuti e ciò causa la morte dei tessuti, tecnicamente definita "necrosi del tessuti",  che definiamo  anche come "infarto", per indicare l'intero processo di occlusione del vaso e morte. Ma madre natura è intervenuta nel tempo, ponendo rimedio a questo problema e creando dei circoli collaterali, cioè dei sistemi vasali di ausilio che suppliscono, certamente per come possono, alla carenza di sangue di un tessuto che è rimasto ischemizzato.

I circoli, tuttavia, non sono sempre gli stessi: alcuni sono terminali ed altri presentano dei vasi collaterali che suppliscono al circolo deficitario, specialmente se il processo di stop di circolo non è stato acuto, ma si è determinano nel tempo con lentezza.

Infarto bianco = In seguito all'occlusione d'una arteria i cui rami non s'anastomizzano tra di loro (che hanno cioè la cosiddetta disposizione terminale) si forma un distretto anatomico a contorno netto, ma irregolare, che assume generalmente la forma d'un cuneo con l'apice rivolto verso il punto dell'occlusione vasale e la base verso la superficie dell'organo. Se non si ha un reflusso venoso del sangue, l'aspetto di tale distretto è pallido; in seguito esso diventa bianco giallastro e consistente e prende il nome di infarto anemico e di infarto bianco (vedi il caso dell'infarto miocardico ischemico o del rene).

Infarto rosso = Molte volte, però, alla necrosi anemica si associa un'emorragia nel territorio intercettato. Si ha allora un infarto rosso o emorragico. Anche questi infarti hanno la forma d'un cuneo o di cono e una certa consistenza, ma, a differenza degli infarti anemici, presentano una colorazione rosso cupa e al microscopio si rileva che tutte le lacune del tessuto sono infarcite di globuli rossi. L'invasione del sangue nel territorio ischemizzato avviene generalmente per una corrente sanguigna di reflusso che dalle vene s'estende fino ai capillari e all'arteria occlusa.

Infarto bianco e infarto rosso


Nonostante le conseguenze siano le stesse, l’infarto può avvenire in due modi diversi in base alla struttura anatomica della zona colpita. Se l’organo è normalmente irrorato da arterie terminali, come ad esempio il cuore, il rene o la milza l’occlusione impedisce totalmente l’apporto di sangue, il tessuto diventa bianco e, privato dell’ossigeno, muore lasciando una cicatrice a forma di cono, con la punta rivolta verso l’origine dell’occlusione. In questo caso si parla di infarto bianco.

Quando invece l’organo infartuato subisce un eccesso di irrorazione si parla di infarto rosso; l’organo appare di color rosso cupo ed è comunque evidente la cicatrice cuneiforme.

L’infarto rosso colpisce per lo più gli organi in cui esiste una doppia circolazione, come nel polmone o nell’intestino; qui l’occlusione non impedisce totalmente l’afflusso di sangue, ma sconvolge la normale circolazione facendo sì che il sangue arrivi in quantità eccessive al tessuto mediante i vasi sanguigni circostanti; una volta che è stato assorbito tutto l’ossigeno disponibile, il sangue ristagna e il tessuto muore. Questo tipo di infarto si manifesta anche quando si inverte il flusso sanguigno di una vena occlusa e parte del sangue venoso refluisce irrorando eccessivamente l’area infartuata e creando delle sacche di sangue ristagnante; in questo caso si dice che il tessuto è “infarcito” (parola da cui deriva il termine “infarto”). Macroscopicamente, l'infarto polmonare recente si presenta come un'area priva di aria, rosso scura, compatta e ben delimitata, di forma conica o piramidale con base alla periferia ed apice verso l'ilo; nella maggior parte dei casi la base corrisponde alla superficie pleurica, che è spesso ricoperta da un sottile velo di fibrina (pleurite da infarto), oltremodo rari essendo gli infarti a sede profonda; all'apice del triangolo è spesso possibile riscontrare i l vaso arterioso occluso dall'embolo die sporge dalla boccuccia beante del vaso sezionato. La superficie di taglio, rossoscura, soda ed asciutta, e la rilevatezza dei margini rispetto al parenchima circostante sono i caratteri che servono a differenziare gli infarti dalle aree atelettasiche, le quali possono essere rossoscure e cuneiformi, ma sono molli, umide e rientranti sulla superficie esterna. Le dimensioni dell'infarto variano notevolmente da caso a caso, in rapporto al calibro del vaso occluso e possono andare da quelle di un pisello o di una noce fino all'interessamento di quasi un intero lobo polmonare.
Istologicamente, nell'infarto recente gli alveoli, i dotti alveolari ed i piccoli bronchi appaiono infarciti di globuli rossi fittamente stipati; il normale disegno polmonare è ancora riconoscibile ma (contrariamente a quanto si verifica nei comuni focolai emorragici) le pareti alveolari sono necrotiche, specie nelle parti centrali dell'infarto. Nella successiva evoluzione, i globuli rossi vanno incontro al disfacmiento e l'emoglobina disciolta viene in parte trasformata in emosiderina ed ematoidina (l'infarto tende pertanto a scolorarsi, assumendo un colorito giallobrunastro), mentre alla periferia della zona necrotica si accumulano leucociti e macrofagi:

La presenza di liquido nei tessuti colpiti da infarto rosso, fa sì che la necrosi sia di tipo colliquativo, che comporti cioè una specie di liquefazione del tessuto dovuta a particolari processi enzimatici causati dal ristagno di sangue. Una necrosi colliquativa, significa che il tessuto morto va incontro a fenomeni di rammollimento e fluidificazione conseguenti alla attivazione di processi autolitici (intervento enzimi litici delle cellule necrosate) o eterolitici (intervento enzimi litici provenienti da batteri, macrofagi ecc.).Richiede la presenza di enzimi litici, un PH acido e di acqua.  Nell'ulteriore decorso il tessuto infiltrato cade in necrosi. Gli esiti dell'infarto possono essere: a) la formazione d'una cicatrice per l'infiammazione reattiva periferica provocata dai prodotti stessi della necrosi e che finisce col determinare una membrana connettivale che tende sempre più a retrarsi in modo da comprimere il materiale dell'infarto che può essere riassorbito; b) la formazione d'una cisti; perché, mentre si forma la membrana limitante dell'infarto, si ha, per processi di autolisi, un rammollimento del tessuto infarcito, sicché ne risultano delle cavità ripiene d'una massa poltacea, fluida; c) la calcificazione di sali calcarei; d) la suppurazione per l'intervento di microrganismi che vengono a trovare nel materiale necrotico un terreno adatto nel quale rigogliosamente si sviluppano. Ciò può verificarsi sia quando l'infarto è stato provocato da un embolo infetto, sia quando sopravviene un'infezione secondaria di esso. Tale esito è il più sfavorevole potendosi arrivare a conseguenze molto gravi sia per l'organo colpito sia per l'intero organismo.

Nel caso del tessuto nervoso possiamo avere un ictus ischemico o ictus emorragico, a cui vi rimando, tuttavia l'infarto in corso di ictus ischemico possiamo avere le 2 evenienze: infarto bianco o infarto rosso. E' bianco, per es. quando un vaso importante , terminale, si è improvvisamente occluso per un fatto tromboembolico, con immediato stop del circolo. Si tratta in genere di trombi formatisi nelle cavità cardiache oppure nei vasi sanguigni (specialmente nelle vene) nel corso di un’infiammazione dell’endocardio che vengono "sparati" nel sistema delle carotidi e finiscono nella arteria cerebrale media, per causare un estesa ischemica encefalico. In un secondo tempo, specialmente se il fatto ischemico ha interessato le ultime diramazioni, dala fase dell'infarto bianco, si attua un infarcimento emorragico, che darà un aspetto di infarto rosso.  Il circolo cerebrale, però, è un circolo a carattere terminale, e quindi gli infarti dovrebbero essere infarti bianchi, ma a livello del tessuto cerebrale si formano delle zone di tessuto che invece di essere necrotiche asciutte come nella necrosi ischemica coagulativa, e si ha una colliquazione del tessuto che è molto ricco di fosfolipidi, ha pochissimo tessuto che fa una difesa (come nel miocardio), ha della glia, non ha molti macrofagi e va facilmente incontro a colliquazione, il tessuto cerebrale che colliqua viene raccolto dentro una specie di cisti che sono le c.d. cisti apoplettiche che sono il risultato di questa necrosi.

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